«la magique étude du Bonheur» – La ragazza con le trecce

 

La ragazza con le trecce mi scriveva poesie in francese perché, diceva, «non sono brava come fite coi versi». Naturalmente era più brava lei, ma il sentimento confonde il gusto letterario quanto i sensi. Mi scriveva poesie in francese e poi me le traduceva, perché non so il francese, e in questo modo ricevevo almeno due poesie ogni volta, che non è niente male. Io di poesia gliene ho scritta soltanto una, in quei sei mesi onirici, piuttosto brutta devo dire. Scrivevo d’ogni cosa, ma d’amore no. Non è che non fossi totalmente preso dalle sue anche armoniche e dalla cadenza avvolgente della sua voce, è che scrivere d’amore è una faccenda delicata, un sentiero impervio infestato di antologie, canzonette e frasi dei cioccolatini. Insomma non ero capace di trattare l’argomento. Inoltre, non avevo ancora pronunciato quel voto di sincerità assoluta che la letteratura estorce, prima o poi, a chiunque vi si dedichi intensamente, e quello è un requisito.

Una sera (probabilmente nebbiosa), me ne stavo lì ad apparecchiare la scrivania, mentre lei cucinava qualcosa di ignoto sul mio inefficiente fornello elettrico. Mi aveva chiesto, con inquietante insistenza, di non guardare cosa avesse in pentola, producendo a sostegno inoppugnabili argomentazioni del genere «È una sorpresa» e «Voglio fare un esperimento». Io avevo acconsentito senza negoziazione (non poteva essere peggio della mia cucina, ad ogni modo), ma la cosa aveva un che di losco. Tuttavia, fosse l’emozione o la giovinezza, si stendeva sempre su di noi una trapunta di atmosfere acquarellate e melodie madrigalesche, per cui tutto diventava un gioco o una scoperta. L’eccentrico era il nostro quotidiano, mentre spendevamo l’immaturità senza quasi farci caso.

Giunti in “tavola”, i piatti contenevo due meravigliose porzioni di ravioli ricotta e spinaci in salsa di panna e cioccolato. Ammetto che da principio fui perplesso, ma, dopo il primo ed il secondo assaggio, mi trovai a riconoscere e apprezzare la stravagante ingegnosità della ricetta, che offriva una lusinghiera miscela di sapori in morbido contrasto. Fu allora che scoprii che i primi due assaggi possono ingannare. Mano a mano che masticavo, la cacofonia palatale cresceva esponenzialmente, insieme a un senso profondo di perplessità gastronomica. Attorno al sesto raviolo il mio cavaliere interiore dovette deporre le armi e restituire il piatto affollato, cercando, forse in vano, di consolare la delusione della dama.

A questo punto mi aspetterei da me stesso un papillomico parallelismo tra le relazioni sentimentali e gli ingredienti di una ricetta, ma lascerò anche questa metafora nel piatto, così com’è, appena assaggiata. La verità è che ricordo con piacere ed affetto quei pochi ravioli, ma non ne mangerei degli altri.

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