Gesta di Brigastio – Canto Terzo

 

Torniamo alla terribile spelonca
Di cui Brigastio sorpassò la soglia,
Prima che la mia storia fosse monca
Per quella digression di cui ebbi voglia.
Ecco l’eroe che scende in quella conca
Laddove non germoglia fiore o foglia,
E la minaccia cresce ad ogni rima
E ad ogni strofa più che in quella prima:

Brigastio si avventura nella grotta
Che scende nei meandri della terra,
E come fa un vascello senza flotta
Senza riferimenti vaga ed erra,
Ma pure mai non devia dalla rotta
Verso l’oscura e sanguinosa guerra
Che attende lui nel regno sottostante,
E ad ogni passo il cielo è più distante.

Più scende entro quel luogo misterioso
E più l’oscurità gli appare densa,
Il buio gli si fa più minaccioso
E la minaccia gli si fa più intensa,
Si sente in petto il cuore timoroso,
Si ferma e quasi quasi ci ripensa:
Se in gola avesse il fiato per parlare
Direbbe: <Ma chi me l’ha fatto fare?>

Il gelo scende in gocce dal soffitto,
Rigando le pareti come un pianto,
Ma il buio tutto attorno è così fitto
E intorpidisce i sensi così tanto
Che quasi non gli par che ne sia afflitto,
Seppure trema stretto nel suo manto,
E sente già piegarsi le ginocchia
E il cuore abbandonar tutta la spocchia.

D’un tratto s’ode un gemito straziante,
Portato da quei venti sotterranei
Che giungon nello spazio d’un istante,
Spiraleggiando per sentieri estranei,
Sinanche alla spelonca più distante,
Causando brividori subcutanei:
È il grido del buon cavalier sodale
Di quella buona dama al davanzale.

Brigastio si riscuote immantinente
E avanza, quanto può nel buio, lesto
In direzion del suono sofferente
Ed a sé dice: «Devo fare presto!»,
E pensa che soltanto un deficiente
Non recherebbe aiuto ad un onesto,
Fosse anche nella tenebra profonda
Di quella grotta fetida ed immonda!

Brigastio avanza, col coltello in pugno
(Che la sua Zanna è la sua sola scorta),
Sudando quasi come fosse Giugno,
Finché si trova innanzi ad una porta
E poco manca che ci sbatta il grugno
In quell’oscurità di luce morta:
Da sotto l’uscio filtra in qua il rumore
Che fa il buon cavaliere per dolore.

Davanti a quella soglia indugia alquanto:
Non sa se scassinar la serratura
Con quell’abilità di cui fa un vanto,
O andar di spalla contro la struttura
Per scardinare l’uscio con lo schianto…
In questo dubbio a lungo si tortura,
Fin che non fa per caso la scoperta
Che quella porta in verità è già aperta.

Allora balza nella stanza e guarda,
E vede a terra, in ceppi, il cavaliere
E, attorno a lui, la compagnia bastarda
Di quei bruti che han fatto il mal mestiere
Su cui la narrazione mia si attarda
Nel Canto Primo, dicendo cose vere
Sul modo in cui quella marmaglia fella
Rapito avea la bella Mirabella.

I bruti sono intenti a far bisboccia
Per festeggiar la loro turpe impresa:
Bevono vino più di quanto nuoccia
E ognuno mangia più di quanto pesa
E ingordo arraffa e riempie la saccoccia
Con tutto il cibo su cui può far presa,
Che il gozzoviglio in una simil mensa
È un sovrappiù alla loro ricompensa.

Come Brigastio nella sala incede
Ciascun marrano ver di lui si volta
E colto è da sgomento quando il vede
E il sente gridar forte alla lor volta:
«Chi vuol salvarsi resti dove siede!
E non ve lo dirò più d’una volta!»
Ciò detto si dirige di gran lena
Verso quel cavaliere alla catena.

Con l’arroganza che sovente ha quello
Che non si sente un imbecille essendolo,
Ciaschedun bruto lascia il suo sgabello
E, urlando quanto e più d’un pescivendolo,
Impugna con due mani il suo randello
E’l mena in qua ed in là come un gran pendolo,
Mentre si avventa inteso alla violenza
Verso Brigastio, pronto a ogni evenienza.

Brigastio è pronto e non sta lì a pensare
Che sono in sette e tutti molto grossi
E che un sol colpo lo potea accoppare
O quantomeno frantumargli gli ossi,
Ma gli va incontro perché li vuol fare
Pentir di aver osato essersi mossi,
Ed alla Morte, che lo vuol chiamare,
Risponde «È troppo presto, lascia stare!»

Ma pur la Morte ha lì non poco impegno:
Brigastio infilza il Bruto più vicino
Gridando «Pugnalarti non disdegno!»
E quel s’accascia come uno stracchino;
Un altro inciampa, di liquore pregno,
E pesta il cranio contro un tavolino,
E a un terzo Zanna, non appena assale,
Fa un buco nell’arteria femorale.

Brigastio, in un istante, è circondato:
Ha un bruto ad ogni punto cardinale,
Ma dice: «Non crediate io sia spacciato
Finché ho la compagnia del mio pugnale!»
Un bruto attacca e lui balza di lato,
E quello, che ha dosato il colpo male,
Fracassa il petto ad un dei suoi compari,
Spedendolo all’inferno coi suoi pari.

Il bruto che ha colpito il suo fratello
(Sfasciandogli i polmoni con la milza),
Nasconde lesto dietro a sé il randello,
Di scuse producendone una sfilza;
Brigastio ne approfitta e col coltello
Il fegato, che ha gonfio, glielo infilza
E dice agli altri: «Siete solo in due!
Tornate ognuno alle dimore sue!»

Ma quelli sono bruti, mica geni,
Per niente pratici dell’aritmetica,
E pensan «Certo casca se lo meni»
(Che questa è tutta quanta la lor etica)
E metton tanta forza nelle reni
Che quasi vincon l’oro nell’atletica,
Vibrando colpi tali col randello
Da spappolare il cragno col cervello.

Brigastio non sa come farsi sotto:
I bruti lo costringono a arretrare
E rischia che qualche osso gli sia rotto
Ogni qual volta prova ad attaccare.
Quei due grugniscono senz’altro motto
E per lo sforzo iniziano a schiumare,
Tirando all’aria certe randellate
Che le sfere farebbero quadrate.

Brigastio allor si tuffa verso destra
Ed a sinistra scaglia il suo pugnale,
Poi, come quel che a lungo assai si addestra,
Rotola e si alza senza farsi male;
Intanto, come il dardo di balestra
Che nella caccia abbatte l’animale,
Trafigge Zanna al bruto il picciol cuore
E quello, bestemmiando, cade e muore.

L’ultimo bruto che è rimasto in piedi
Si chiede se sia il caso di fuggire,
Ma poi dice a se stesso: «Non lo vedi?
È disarmato: non ti può ferire!»
E a lui Brigastio: «Avrai quello che chiedi,
Se quello che tu chiedi è di morire!»
Risponde il malvivente: «Taci! Hai torto!
Tra poco lo vedrem chi sarà morto!»

«Allora cosa aspetti? Vieni avanti!»
Dice l’eroe, ma sempre indietreggiando,
«Di bruti come te ne ho stesi tanti!»
E, mentre schiva i colpi piroettando,
Continua senza sosta a menar vanti
Per mascherar che sta temporaggiando,
Sinché il nemico, la cui clava pesa,
Comincia a farsi lento nell’offesa.

Brigastio allora, che ha aspettato questo
E mentre si bullava d’esser ganzo
Si è fatto in là con passo fermo e svelto
Ed ha approcciato il tavolo da pranzo,
Si mette a lanciar contro al disonesto
Un candelabro, uno sgabello, un manzo
Ed ogni oggetto, cibo o suppellettile
Che possa funzionare da proiettile.

Il bruto si difende come riesce:
Col legno e con le mani si fa scudo
E para due padelle, un porco, un pesce,
Tre otri in terracotta e un pollo crudo,
Ma un bottiglione, col vino che ne esce,
Gli centra in pieno un braccio dov’è nudo,
E mentre quello le sue braccia abbraccia
Un cocco lo colpisce in piena faccia.

Quanto fa male un cocco in pieno naso?
Per dirlo non mi basta l’eloquenza,
Ma pur s’io fossi di talento un vaso
E un fiore di poetica sapienza,
Riposerei la penna in questo caso
Perché il saper richiede l’esperienza
E non è consigliabile parlare
Di un’esperienza che non si vuole fare.

Perciò dir quanto segue è sufficiente:
Fu tale quella botta sul faccione
Che al bruto non rimase intatto un dente
E, bestemmiando i santi in successione,
Coi palmi si coprì il viso dolente;
Brigastio allor, brandendo un forchettone,
Gli balzò addosso lesto come il lampo
E al turpe malvivente non die’ scampo.

Il nostro eroe poté riprender fiato
E con lo sguardo andar per l’aria, densa
D’odor di sangue e cibo cucinato:
Poco lontano da una gran dispensa
Giaceva il cavaliere, incatenato
A una colonna della sfatta mensa
E tutto attorno a lui ben sette bruti,
Tutti imponenti, armati e deceduti.

Quindi l’eroe, recuperata Zanna,
Terse la lama dentro a un tovagliolo
(Si sporca sempre un poco quando scanna),
Si fece presso al cavaliere solo
Che sempre dice il vero né mai inganna,
E disse: «Via! Coraggio! Su dal suolo!»
E con l’aiuto del suo grimaldello
Lo sciolse dal metallico fardello.

Gli eroi si abbracciarono fraterni,
Come due che non si vedono da tanto;
«Per mille estati ed altrettanti inverni»
Il cavaliere disse a quel ch’io canto
«Io ti ringrazierò, come discerni,
Perché tu m’hai strappato al buio e al pianto.
E d’ora in poi, qualunque cosa accada,
Potrai sempre contar sulla mia spada!»

«Stai di buon cuore e bando ai complimenti!»
Disse Brigastio al buono cavaliere
«Tra noi non servono i ringraziamenti!
Ma cingi l’elmo e vesti lo schiniere:
Ci attendono pericoli e cimenti,
Nemici a frotte ed avversari a schiere,
Prima di far ritorno dove suole
Scaldar la pelle coi suoi raggi il Sole.»

 

Canto Secondo              Canto Quarto

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