Gesta di Brigastio – Canto Quarto

 

Poi che fu liberato come ho detto,

Il Cavaliere ch’era stato al laccio

Disse a Brigastio: «Mentre mi rimetto

In testa l’elmo e l’ampio scudo al braccio

E mi ricopro con l’usbergo il petto,

Così che come tu mi hai chiesto faccio

E mi preparo ad affrontar col ferro

Il mio catturatore e ogni suo sgherro,

 

Ti prego di esaudir, per cortesia,

Una mia ragionevole richiesta,

Ossia che tu mi dica chi tu sia

E qual ventura prodigiosa è questa

Che ti ha condotto alla prigione mia.

E vedi ben che la domanda è onesta

Ché dai tuoi modi par ch’io ti sia noto

Mentre di te mi è tutto ancora ignoto.»

 

Brigastio allor: «Dirolti per intero.

Io non sapea, quando mi misi in sella,

Che avrei trovato te sul mio sentiero,

Ma mi ponevo a dar la caccia a quella

Anima nera che nel suo maniero

Trascinò a forza Dama Mirabella,

E quel maniero è questo in cui noi stiamo

Che ci conchiude ancor mentre parliamo.

 

Dama Mirabella è sì graziosa

E ha tale fama che a chiunque il chiedi

Dice che il suo sembiante è simil cosa

Che immaginar non puoi se non la vedi,

Sicché già molti l’hanno chiesta in sposa,

Cadendo giù in ginocchio ai suoi bei piedi;

Ma lei li ha rifiutati tutti quanti,

Corteggiatori, amici e spasimanti.

 

Cuoredipietra, il vile, che la volle

E come gli altri ne patì il rifiuto,

E fatto dal rifiuto fu più folle,

La fé rapir da questo e ogni altro bruto

Che poco fa sedeva qui in panciolle

A fare il proprio ventre più pasciuto

E a te, ch’eri tenuto alla catena,

Sgarbatamente rivolgea la schiena.

 

Quando mi giunse voce del misfatto,

Mi misi in viaggio senza alcun indugio

E cavalcai all’inseguimento, ratto

Come il proiettile di un archibugio

Quando, a colui che la sua spada ha tratto,

Nel petto e nell’usbergo fa un pertugio:

Percorsi tante leghe in poche ore

Che fui detto “Brigastio il Corridore”.

 

Dovunque domandai di quel fellone

La cui ospitalità ci è assai sgradita,

Nessuno mi mostrò la direzione,

Né a voce, né indicando con le dita;

Una soltanto si affacciò al balcone

E mi insegnò la via per la sortita:

Fu la tua donna, che continua a amarti

E passa i dì e le notti ad aspettarti.

 

Costei, ch’è degna di sì tante lodi

Che mente umana non potria contare

Più che se, stando in piedi in porti e approdi,

Contar volesse l’onde che fa il mare,

Seppure, col buon garbo e co’ bei modi,

Fornì una buona rotta al mio viaggiare,

Il nome tuo non fece o il proprio, mai,

Ed io per discrezion non domandai.

 

Mi disse sol che il cavalier che amava,

Quando le dié il saluto sul portone,

A briglia tutta sciolta galoppava

Nella mia stessa angusta direzione

E nessun segno d’esitar mostrava,

Né risparmiava al baio lo sperone;

Null’altro so di te, né il tuo casato,

Né cos’hai fatto o dove, o quando è stato.»

 

Rispose quel, cingendosi la maglia:

«Or che la tua persona hai nominato

E la memoria mia me ne ragguaglia,

Ti riconosco per colui che è nato

Alla colluttazione e alla battaglia,

Dovunque conosciuto e rinomato:

Di te ho sentito cose belle e brutte,

E stento a creder che sian vere tutte.

 

Perciò, affinché tra noi non vi sia frode,

Devi saper che il nome mio è Corvino,

Che sempre ebbi in disio d’essere prode

Dai giorni in cui non ero che un bambino,

E mai mi mosse brama d’aver lode

O avidità di procacciar bottino,

Ma sempre la Giustizia fu lo sprone

Che spinse il destrier mio nella tenzone.

 

La bella dama che ho l’onor d’amare,

Che Amore e Cortesia fanno perfetta

Al punto che ciascun può immaginare,

Per luminoso nome ha Cassandretta;

Sa bene che da lei voglio tornare

E dunque alla finestra ognor m’aspetta:

Per lei compiuta è, dalla mano mia,

Qualunque gesta di cavalleria.

 

Adesso che ci siamo presentati

E che ho fissato bene gli spallacci,

Ti narrerò gli eventi sfortunati

Che han fatto sì mi ritrovassi in lacci:

Io giunsi in questi luoghi sciagurati,

Pieni di meretrici e di magnacci,

Nell’ora che il bel sole s’incammina

Verso il suo letto dietro la collina;

 

Cuoredipietra stesso, in que’ frangenti,

Facea ritorno con la selvaggina

E appresso aveva due o tre contingenti

Di guardie, ricche d’armi e disciplina:

Ne contai dieci a manca e a dritta venti

Tutte a cavallo, e almeno una trentina

A piedi le seguivan da lontano,

Con l’elmo in testa e la balestra in mano.

 

Poi che mi vidi innanzi quel fellone

Che vuota fé restar più d’una branda,

Il nome mio gli urlai e la mia intenzione,

Facendo al modo che l’onor comanda,

E domandai che in singolar tenzone

Con me si misurasse in quella landa

E rispondesse, con il ferro in mano,

Di tutte le sue gesta da marrano!

 

Ma quel cagnaccio vile e senza onore,

Che non ha sangue rosso o blu, ma nero,

Senza abbassare gli occhi o aver rossore,

Mi offrì le terga e mosse nel maniero,

Dicendo a’ suoi ribaldi senza cuore

Che mi facessero mutar pensiero

E m’impedisser di arrecargli noia,

Dovessero legarmi e darmi al boia.

 

Quelli a cavallo, allora, a dieci e a venti,

Verso di me si mossero alla lesta

Coi brandi in mano, pronti a dar fendenti.

Spronai il cavallo e misi lancia in resta.

Piombai su due che andavano adiacenti

E all’uno e all’altro trapassai la testa,

E contro un terzo, che giungea soletto,

Spezzai la lancia perforando il petto.

 

Estrassi la mia spada Brandifiamma

E mi gettai al galoppo nella mischia:

Ne uccisi, di nemici, un’ampia gamma,

Fendendo come il vento quando fischia,

Qualcuno fuggì via, gridando “Mamma!”

Come fa quel che sa che il collo rischia,

Ma gli altri rinnovarono l’assalto

Colpendo a destra e a manca e in basso e in alto.

 

Ben più d’un colpo tartassò l’umbone

E l’armatura ne assorbì una corte

(Così che riportai una contusione

Laddove avrei potuto aver la morte);

Per contro Brandifiamma ebbe ragione

Di molte maglie e piastre dritte e storte,

Spillando tanto sangue da imbrattarmi

La lama, l’elsa e tutto il  guanto d’armi.

 

Mi feci largo in quell’armata altiera

Menando manrovesci a tutto spiano:

Talor tagliai una tibia o una gorgera,

Talaltra mozzai un mignolo o una mano,

Fin quando misi in fuga mezza schiera,

Lasciando l’altra mezza in mezzo al piano,

Ma ormai quei fantaccini alla mia destra

Mi avevano a portata di balestra…

 

Sentendo i balestrieri già saettanti,

Più in fretta che potei girai il cavallo

In modo che il mio dietro ebbi davanti,

Allor fu questo scudo come un vallo

Su cui ventotto dardi tempestanti

Si conficcarono senza alcun fallo,

E se il suo legno fosse meno spesso

Adesso dormirei sotto a un cipresso.

 

Le altre due frecce, per avversa sorte,

Colpirono il destriero al collo e al fianco

E perforaron la corazza forte

Tingendo di vermiglio il vello bianco:

Nitrì, sentendo il freno della Morte,

E, come fosse solamente stanco,

Si accasciò in modo ch’io potei smontare,

E solo allora smise di fiatare.

 

Mentre puntavan le balestre in terra

Per caricarle con un’altra freccia,

Corsi ai nemici e gli portai la guerra:

Fendendo mi scagliai fra quella feccia

Come colui che nel colpir non erra

E tra le fila spalancai una breccia,

Mandandone al creatore in quello stuolo

Talmente tanti che copriano il suolo.

 

Vedendo la mia spada lampeggiare

Ben più vicina che non gli piacesse

E il sangue dei lor pari zampillare

Tutto all’intorno, come se piovesse,

Quelli che ancora lo poteano fare,

Temendo stessa sorte li cogliesse,

Lasciate le balestre e le faretre,

Fuggiron verso le spelonche tetre.

 

Anch’io m’incamminai verso le porte

Oltre le quali a quel tiranno infame

L’ore di vita ambivo a far più corte

E passai in mezzo alle carcasse grame

Che, con le membra gelide e contorte,

Giaceano in terra tra le perse lame,

Laddove eran cadute nella pugna

Come dal pruno la matura prugna.

 

Non mi ero accorto che tra quei caduti

Vi fosse un tal che ancora respirava:

Vile tra i vili e astuto tra gli astuti,

Vedendo che il fuggir non lo salvava,

Giacque supino, in mezzo ai deceduti,

Nel mentre che la lotta imperversava,

E aveva speme che facendo il morto

Gli capitasse di salvarsi a torto.

 

Quando si avvide che mi approssimavo,

Temette ch’io l’inganno avessi sciolto

(Poi ch’era un pusillanime e un ignavo)

E, avendo un po’ di sabbia in terra colto,

Attese l’attimo che m’accostavo,

Poi d’improvviso me la scagliò in volto,

Cogliendo gli occhi dietro la celata

Sicché la vista mia mi fu negata.

 

Mentre che brancolavo non vedente,

Menando colpi con cui non coglievo,

Quell’infingardo andò, probabilmente,

A porsi in loco ch’io non raggiungevo,

Ma quando, stanco di vederci niente,

Mi trassi l’elmo per cercar sollievo,

Quel pelandrone dalla mente lesta

Ghermì qualcosa e me la diede in testa.

 

Quand’io ripresi i sensi ero legato

E vidi l’armamento non lontano,

Ma stavo ad un tal ferro incatenato

Che pur se a tendere tentai la mano

Quel gesto mio, impotente e disperato,

Più volte e ancora fu compiuto in vano;

E in questa condizione di prigione

Tu mi hai trovato, entrando nell’androne.

 

E la ragione perché con dovizia

Ti ho raccontato dei miei casi andati

È che ne derivassi la notizia

Che Cuordipietra ha qui molti soldati

E questi son ripieni di malizia,

Molto prestanti e tutti bene armati,

Per cui ci converrà d’esser prudenti

Ed aspettarci agguati e tradimenti.»

 

Rispose allor Brigastio al buon Corvino:

«Se molti son, molti ne uccideremo.

Lasciamo il resto in mano del Destino.

Quando capiterà ci penseremo.»

E non occorse un ragionar più fino:

Come fa il barcaiolo con il remo

I due si spinsero a vicenda avanti,

Così come dirò negli altri canti.

 

Canto Terzo              Canto Quinto

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