The Raven

 

Mi sono innamorato di questa poesia, come molti, fin dai primi versi o già dalla leggenda di quel “Nervermore” che ogni tanto qualcuno cita. Trovo sbalorditiva la maestria con cui Poe ha veicolato angoscia attraverso la ritmica di queste strofe. Qualche anno fa, siccome ritenevo che le traduzioni italiane a mia disposizione non aderissero abbastanza alla metrica (solo un pazzo userebbe tutti quei versi tronchi in italiano) perché io potessi condividere coi meno anglofoni tra i miei amici questa straordinaria esperienza di lettura, ho deciso avventatamente di provare a rimediare di persona. Questa, con qualche ritocco dell’ultimo minuto, è la versione che ne è venuta fuori (segue copia del testo originale).

 

Il Corvo

di E.A. Poe

 

Una tetra mezzanotte, strenuo e stracco, ponderante,

Fra molt’altri un strano e strambo libro di saper che fu,

Sonnecchiante, per sopire, d’improvviso udii un bussare,

Come d’un dolce picchiare, picchiar l’uscio mio laggiù.

“Sarà un ospite,” Io dissi, “a bussar l’uscio mio laggiù –

Solo questo, e nulla più.”

 

Ah, ricordo esattamente fu nel lugubre Dicembre

Ed ogni moccolo morente dava il suo fantasma giù.

Avido bramai l’albore; – cercai in vano un lenitore

Tra i miei libri pel dolore – per la mia Lenòr che fu –

Per la rara e aurea fanciulla che Lenòr chiaman Lassù –

E qui nome non ha più.

 

E il setato incerto triste mormorio di rosse tende

M’empì freddo di terrori mai provati in gioventù;

Ripetevo, per placare del mio petto il palpitare,

“Sarà un ospite a impetrare ingresso all’uscio mio laggiù –

Un tardo ospite a impetrare ingresso all’uscio mio laggiù; –

Sarà questo, e nulla più.”

 

Subito fui in cuor più saldo; senza essere più tardo,

“Signor,” dissi “o mia Signora, d’indulgenza abbia virtù;

Ma mi stavo per sopire, e così dolce il suo picchiare,

E così lieve il suo bussare giunse all’uscio mio quaggiù,

Sia paziente che l’ ho udita” – spalancai l’uscio laggiù; –

Lì era il buio, e nulla più.

 

In quel buio fissai a lungo, timoroso, dubitando,

Sognai sogni mai mortale oso prima a sognar fu;

Ma il silenzio restò intatto, ed il buio non diè motto

E ciò solo che fu detto, sussurrato “Lenòr!” fu,

Questo sussurrai ed un’eco che “Lenòr!” rese vi fu –

Ciò soltanto, e nulla più.

 

Dentro l’atrio mio tornato, tutto l’animo infiammato,

Presto ancora udii un bussare un po’ più forte che pria fu.

“Certo,” dissi, “sarà stata qualche cosa alla vetrata:

Che io veda cos’è stata ed un mistero non sia più –

Che il mio cuore basti ancora ed un mistero non sia più-

Sarà il vento e nulla più.”

 

Dunque spalancai le imposte, quando, in molti salti e scosse,

Balzò dentro un nobil corvo della santa età che fu;

Non fu affatto riverente; non si soffermò un istante;

Ma con fare di regnante volò all’uscio mio laggiù –

Volò a un busto di Minerva sopra l’uscio mio laggiù –

Volò, e stette, e nulla più.

 

Poi, inducendo l’uccel nero in ghigno il triste mio pensiero,

Per il grave e auster decoro del sembiante in cui si fu,

“Pur col ciuffo raso e fiacco, tu,” diss’io “ non sei un vigliacco,

Truce, antico e orrido corvo dal notturno approdo tu –

Dì qual alto nome al pluteo approdo della notte hai tu!”

Disse il Corvo, “No Mai Più.”

 

Molto meravigliò ascoltare l’uccellaccio argomentare,

Pur se poco nel responso senso e rilevanza fu;

Ch’è impossibile negare che nessun vivo mortale

Poté prima contemplare uccello all’uscio proprio su –

Bestia o uccello allo scolpito busto all’uscio proprio su,

Con per nome “No Mai Più.”

 

Pure il corvo, assiso solo al bianco busto, disse solo

Quella frase come tutto l’esser suo versasse giù.

Quindi nulla d’altro espresse – né una sola piuma scosse –

Sin ch’io dissi in scarse posse, “altri son volati su –

Al mattino andrà via come la mia speme volò su.”

L’uccel disse, “No Mai Più.”

 

Sussultai al silenzio infranto da un rispondere atto tanto,

“Certo,” dissi, “quanto esprime è quant’ha e non ha di più,

Colto a qualche padron mesto il cui implacabile disastro

Seguì lesto e ancor più lesto sin suo canto un fardel fu –

Sin lamento di sua Speme quel fardel di tedio fu

di ‘No Mai – No Mai Più’.”

 

Ma inducendo ancora intero in ghigno il Corvo il mio pensiero,

Spinsi in fronte una poltrona a busto e uccello e uscio laggiù;

Nel velluto a sprofondare, poi mi diedi a collegare

Le mie idee, in ciò che indagare il tristo uccel d’età che fu –

Ciò che il truce orrendo scarno e tristo uccel d’età che fu

Intese in gracchiar “No Mai Più.”

 

In ciò solver sedei intento, niuna sillaba esprimendo

All’uccello i cui occhi fieri ardeano nel mio petto giù;

Questo e più a predir seduto, col mio capo reclinato

Sul guanciale di velluto cui covava il lume su,

Ma quel viola di velluto con il lume a covar su,

Calcherà Lei, ah, no mai più!

 

L’aere, parve, crebbe denso, profumato da un incenso

Sparso da Angeli i cui passi al suolo ornato sonar su.

“Vile,” urlai, “Dio t’è mandante – per questi angeli recante

Tregua – tregua e poi nepente, dal ricordar Lenòr tu!

Bevi, oh bevi il buon nepente e Lenòr persa scorda tu!”

Disse il Corvo, “No Mai Più.”

 

“Vate!” dissi, “esser malevol! – Vate sia tu uccello o diavol! –

Sia ti mandò il Tentatore, o la tempesta gettò giù,

Desolato e non spaurito, nel deserto qui incantato –

Nel maniero qui infestato – In vero, imploro, dimmi tu –

C’è – c’è un balsamo in Galaad? – dimmi – imploro, dimmi tu!”

Disse il Corvo “No Mai Più.”

 

“Vate!” dissi, “esser malevol – vate sia tu uccello o diavol!

Per quel Dio entrambi adoriamo – per quel Ciel chino a noi su –

Dì a quest’animo in tormenta se, nell’Eden che è in distanza,

Riavrà una fanciulla santa che Lenòr chiaman Lassù –

Una rara e aurea fanciulla che Lenòr chiaman Lassù.”

Disse il Corvo, “No Mai Più.”

 

“Sia tal detto d’addio avviso, demonio o uccel,” strillai, improvviso –

“Torna dentro la tempesta e il pluteo approdo che sai tu!

Non lasciare piume nere per memoria al tuo mentire!

Lascia intatto il mio ermitare! – lascia il busto al mio uscio su!

Togli il becco dal mio cuore, e la tua forma al mio uscio su!”

Disse il Corvo, “No Mai Più.”

 

Ed il Corvo, che non riede, ancora siede, ancora siede

Al bianco busto di Minerva sopra l’uscio mio laggiù;

E i suoi occhi hanno il sembiante c’han d’un demone sognante,

E la lampada ondeggiante getta di lui l’ombra giù;

E il mio cuore da quell’ombra che sta fluttuante giù

Avrà scampo – no mai più!

 

 

The Raven

by E.A. Poe

 

Once upon a midnight dreary, while I pondered weak and weary,
Over many a quaint and curious volume of forgotten lore,
While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,
As of some one gently rapping, rapping at my chamber door.
`’Tis some visitor,’ I muttered, `tapping at my chamber door –
Only this, and nothing more.’

Ah, distinctly I remember it was in the bleak December,
And each separate dying ember wrought its ghost upon the floor.
Eagerly I wished the morrow; – vainly I had sought to borrow
From my books surcease of sorrow – sorrow for the lost Lenore –
For the rare and radiant maiden whom the angels name Lenore –
Nameless here for evermore.

And the silken sad uncertain rustling of each purple curtain
Thrilled me – filled me with fantastic terrors never felt before;
So that now, to still the beating of my heart, I stood repeating
`’Tis some visitor entreating entrance at my chamber door –
Some late visitor entreating entrance at my chamber door; –
This it is, and nothing more,’

Presently my soul grew stronger; hesitating then no longer,
`Sir,’ said I, `or Madam, truly your forgiveness I implore;
But the fact is I was napping, and so gently you came rapping,
And so faintly you came tapping, tapping at my chamber door,
That I scarce was sure I heard you’ – here I opened wide the door; –
Darkness there, and nothing more.

Deep into that darkness peering, long I stood there wondering, fearing,
Doubting, dreaming dreams no mortal ever dared to dream before;
But the silence was unbroken, and the darkness gave no token,
And the only word there spoken was the whispered word, `Lenore!’
This I whispered, and an echo murmured back the word, `Lenore!’
Merely this and nothing more.

Back into the chamber turning, all my soul within me burning,
Soon again I heard a tapping somewhat louder than before.
`Surely,’ said I, `surely that is something at my window lattice;
Let me see then, what thereat is, and this mystery explore –
Let my heart be still a moment and this mystery explore; –
‘Tis the wind and nothing more!’

Open here I flung the shutter, when, with many a flirt and flutter,
In there stepped a stately raven of the saintly days of yore.
Not the least obeisance made he; not a minute stopped or stayed he;
But, with mien of lord or lady, perched above my chamber door –
Perched upon a bust of Pallas just above my chamber door –
Perched, and sat, and nothing more.

Then this ebony bird beguiling my sad fancy into smiling,
By the grave and stern decorum of the countenance it wore,
`Though thy crest be shorn and shaven, thou,’ I said, `art sure no craven.
Ghastly grim and ancient raven wandering from the nightly shore –
Tell me what thy lordly name is on the Night’s Plutonian shore!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

Much I marvelled this ungainly fowl to hear discourse so plainly,
Though its answer little meaning – little relevancy bore;
For we cannot help agreeing that no living human being
Ever yet was blessed with seeing bird above his chamber door –
Bird or beast above the sculptured bust above his chamber door,
With such name as `Nevermore.’

But the raven, sitting lonely on the placid bust, spoke only,
That one word, as if his soul in that one word he did outpour.
Nothing further then he uttered – not a feather then he fluttered –
Till I scarcely more than muttered `Other friends have flown before –
On the morrow he will leave me, as my hopes have flown before.’
Then the bird said, `Nevermore.’

Startled at the stillness broken by reply so aptly spoken,
`Doubtless,’ said I, `what it utters is its only stock and store,
Caught from some unhappy master whom unmerciful disaster
Followed fast and followed faster till his songs one burden bore –
Till the dirges of his hope that melancholy burden bore
Of “Never-nevermore.”‘

But the raven still beguiling all my sad soul into smiling,
Straight I wheeled a cushioned seat in front of bird and bust and door;
Then, upon the velvet sinking, I betook myself to linking
Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore –
What this grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird of yore
Meant in croaking `Nevermore.’

This I sat engaged in guessing, but no syllable expressing
To the fowl whose fiery eyes now burned into my bosom’s core;
This and more I sat divining, with my head at ease reclining
On the cushion’s velvet lining that the lamp-light gloated o’er,
But whose velvet violet lining with the lamp-light gloating o’er,
She shall press, ah, nevermore!

Then, methought, the air grew denser, perfumed from an unseen censer
Swung by Seraphim whose foot-falls tinkled on the tufted floor.
`Wretch,’ I cried, `thy God hath lent thee – by these angels he has sent thee
Respite – respite and nepenthe from thy memories of Lenore!
Quaff, oh quaff this kind nepenthe, and forget this lost Lenore!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

`Prophet!’ said I, `thing of evil! – prophet still, if bird or devil! –
Whether tempter sent, or whether tempest tossed thee here ashore,
Desolate yet all undaunted, on this desert land enchanted –
On this home by horror haunted – tell me truly, I implore –
Is there – is there balm in Gilead? – tell me – tell me, I implore!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

`Prophet!’ said I, `thing of evil! – prophet still, if bird or devil!
By that Heaven that bends above us – by that God we both adore –
Tell this soul with sorrow laden if, within the distant Aidenn,
It shall clasp a sainted maiden whom the angels name Lenore –
Clasp a rare and radiant maiden, whom the angels name Lenore?’
Quoth the raven, `Nevermore.’

`Be that word our sign of parting, bird or fiend!’ I shrieked upstarting –
`Get thee back into the tempest and the Night’s Plutonian shore!
Leave no black plume as a token of that lie thy soul hath spoken!
Leave my loneliness unbroken! – quit the bust above my door!
Take thy beak from out my heart, and take thy form from off my door!’
Quoth the raven, `Nevermore.’

And the raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
And his eyes have all the seeming of a demon’s that is dreaming,
And the lamp-light o’er him streaming throws his shadow on the floor;
And my soul from out that shadow that lies floating on the floor
Shall be lifted – nevermore!

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